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Banca Monte Parma e il Gruppo Intesa Sanpaolo: una piccola banca locale, con 600 dipendenti, che viene acquisita da un grande Gruppo, quasi 70.000 dipendenti.

Una vicenda come tante, almeno in apparenza, ma in realtà una storia che sta prendendo una china diversa dalle altre; e molto pericolosa, in primis per i lavoratori di Banca Monte Parma, che rischiano di essere colpiti molto pesantemente dall’accanimento del più grande Gruppo bancario italiano.

Intesa Sanpaolo vuole almeno 100 uscite obbligatorie, attraverso licenziamenti collettivi, e 14 mln di euro di riduzione strutturale dei costi (circa 1/3 del costo totale del personale) con pesanti tagli al costo del lavoro e la messa in discussione di fondamentali diritti economici e normativi dei lavoratori di Banca Monte Parma, a partire dagli stessi contratti collettivi di lavoro.

Ma oltre a essere tali da procurare un danno enorme, immediato e futuro, per tutti i lavoratori di Banca Monte, l’impostazione e le proposte di Intesa Sanpaolo creerebbero un gravissimo precedente.

Infatti determinerebbero l’introduzione di previsioni negative ex-novo, mai esistite finora né in Intesa Sanpaolo, né in altri Gruppi bancari:

- la possibilità di licenziare all’interno di un Gruppo bancario;

- la possibilità che, all’interno di un Gruppo bancario che – complessivamente – non ha né problematiche di natura economico-finanziaria, nè situazioni di tensione occupazionale, si focalizzi l’attenzione su un pezzo del Gruppo (un’Azienda, una Banca del Territorio, un settore…) e su quello si agisca, concentrando iniziative che colpiscono occupazione e diritti.

Un Gruppo bancario che, peraltro, nell’ambito dell’accordo del 29 luglio 2011, ha ricevuto richieste di esodo volontario ben oltre il massimo previsto, che sta respingendo, e ha programmato nuove assunzioni.

Una volta creato un precedente di questo tipo, le stesse condizioni potrebbero essere riapplicate, in un momento successivo, alla stessa Banca Monte Parma – senza più neppure la parziale copertura di possibili pensionamenti ed esodi anticipati – e in tutto il resto del Gruppo, fino all’intero sistema bancario.

 

 

E’ inaccettabile e intollerabile che Intesa Sanpaolo:

- voglia licenziare i lavoratori di Banca Monte Parma, quando nel Gruppo ha l’esigenza di assumere o mantenere al lavoro circa 1.700 lavoratori;

- applichi un trattamento differente tra lavoratori dello stesso Gruppo, che lavorano nella stessa città o territorio, a pochi metri di distanza gli uni dagli altri;

- oltre a voler licenziare i lavoratori, in più, tenti anche di cancellare, a tutti coloro che dovrebbero rimanere, i diritti contrattuali, economici e normativi e di peggiorarne le condizioni, al limite dell’umiliazione.

Il Direttivo Nazionale Fisac CGIL che si è tenuto il 7 e 8 novembre u.s., ha approvato, all’unanimità, un Ordine del Giorno di solidarietà alle lavoratrici ed ai lavoratori di Banca Monte Parma e di sostegno alle posizioni della delegazione trattante Fisac Cgil, per respingere le proposte inaccettabili e provocatorie di Intesa Sanpaolo, per evitare che si sviluppino nel settore vere e proprie forme di ricatto occupazionale finalizzate alla cancellazione di fondamentali diritti dei lavoratori.

L’atteggiamento di Intesa Sanpaolo, che ha mantenuto la sua posizione inalterata fin dall’inizio della procedura contrattuale di confronto prevista dal CCNL, ha causato, il 15 novembre scorso, la conclusione, senza accordo, della procedura di confronto prevista dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.

Intesa Sanpaolo ha comunicato la disdetta unilaterale del contratto integrativo aziendale e di tutti gli accordi e prassi aziendali, tuttora vigenti e ha annunciato l’attivazione delle previsioni di legge per i licenziamenti collettivi (L. 223/91).

Verificheremo le iniziative che l’azienda intenderà assumere e decideremo quali azioni, sindacali e giuridiche, porre in essere, per contrastarle e per fornire la massima garanzia e tutela a tutti i lavoratori di Banca Monte Parma.

Ma occorre che tutti prestino grande attenzione a questa vicenda, che può rappresentare un precedente che modifica profondamente le relazioni industriali, per tutti i dipendenti di Intesa Sanpaolo, per quelli degli altri Gruppi bancari, per l’intero sistema del Credito.

LA BATTAGLIA CONTINUA !!!

Stefano Fornari

RSA Banca Monte Parma


Di M.E.

Nella maggior parte dei casi tendiamo a ricordare le date, perché legate a eventi pagani, religiosi o affettivi . Ci sono date ricordate dalla gran parte della popolazione di un Paese, come una festa nazionale; altre dai credenti di una stessa religione; altre ancora vengono ricordate semplicemente per vittorie sportive. Per 98.080 individui sparsi per il mondo, il 31 gennaio 2011 non ha propriamente questo significato….alcune date possono effettivamente cambiare la vita delle persone e in alcuni specifici casi, sono addirittura i centesimi di secondo che fanno la differenza. Il 31 gennaio 2011 lo stato italiano ha avviato le procedure previste dal decreto flussi non stagionale. Le domande potevano essere inoltrate dalle h 8.00 del mattino … pochi secondi dopo, le quote erano già esaurite.
Ogni anno il governo italiano stabilisce le quote d’ingresso dei lavoratori extracomunitari, cioè il numero massimo di domande per lavoro o, per meglio dire, quanti stranieri il mercato del lavoro può ‘sostenere’: 60.000 il tetto massimo del 2011 per lavoro stagionale, oppure 98.080 per permesso di lavoro subordinato non stagionale come si evince dal decreto n 305/2010…. Come funziona il decreto flussi? Un datore di lavoro italiano o non, ma comunque residente in Italia, tramite domanda di nulla osta, presentata allo sportello unico per l’immigrazione, consente l’entrata di uno o più lavoratori extracomunitari. Il governo ‘conta’ l’entrata dei migranti e lo fa usando un solo criterio: quello del “chi prima arriva meglio alloggia”. In sostanza tutti i datori di lavoro, in possesso dei requisiti, che riescono a far rientrare la propria domanda nel tetto massimo di 60.000 posti per lavoro stagionale, di 98.080 per lavoro subordinato, ottengono il nulla osta e possono far entrare in Italia il lavoratore scelto. Il 60.001esimo per lavoro stagionale o il 98.081esimo per lavoro subordinato non stagionale, colpevole di aver ritardato anche solo di un solo millesimo di secondo, vedrà respinta la propria domanda anche se in possesso di tutti i requisiti.
Giorni quali il 22 marzo o il 31 gennaio sono date importanti non solo perché cariche delle speranze di poche migliaia di persone, ma anche perché sono gli unici giorni in cui il governo italiano, per pochi secondi, ‘concede’ l’unica via legale per entrare nel paese con regolare permesso di soggiorno. In pratica, l’unica via da seguire per entrare in Italia in regola, con un proprio permesso di soggiorno per lavoro, è la procedura dei flussi … Se mai un datore di lavoro si dovesse presentare in questura accompagnando un cittadino extracomunitario, offrendosi di regolarizzarlo, lo destinerebbe ad una facile espulsione.
La legge Bossi Fini prevede che in Italia si possa assumere un cittadino extraue solo se è già titolare di un permesso di soggiorno idoneo all’assunzione: un permesso per famiglia, per lavoro non stagionale,per studio, umanitario….. con le dovute e particolari restrizioni. Nei restanti casi il datore di lavoro deve attendere un decreto flussi, richiedere il nulla osta e procedere con l’assunzione. Le storie di immigrati che si sono guadagnati il permesso di soggiorno lavorando sodo e onestamente, sono leggende metropolitane.
In poche parole per flusso si intende un provvedimento che riguarda l’ingresso e non la regolarizzazione: la legge italiana da un lato non permette allo straniero clandestino di ottenere i documenti di soggiorno, nemmeno nel caso in cui tale individuo dimostri di avere un lavoro o di non gravare sull’assistenza pubblica, dall’altro non incentiva l’emersione del lavoro nero o l’estinzione del caporalato. In concreto annulla anche la possibilità per il datore di lavoro virtuoso di regolarizzare un proprio dipendente.La procedura del flusso è in pratica un’assunzione a distanza. Immaginate che vostro zio, per assistere vostra nonna, assuma una lavoratrice domestica da mettere in casa, senza averla mai vista, perché ancora residente all’estero.
E allora cosa succede? Nell’80% dei casi, i beneficiari del decreto flussi sono gli stessi immigrati, irregolarmente presenti sul territorio italiano, per i quali i datori di lavoro presentano domanda tramite il decreto flussi per ottenere una regolarizzazione; una volta entrati nelle quote e tornati nel paese di origine, richiedono il visto d’ingresso all’ambasciata italiana. Dunque riassumiamo: l’unico modo che un immigrato ha per ottenere un permesso di soggiorno per lavoro è entrare irregolarmente in Italia, aspettare il decreto flussi (che il Governo non è nemmeno obbligato ad adottare), assicurarsi che un datore di lavoro consenta la sua entrata con la promessa di una lavoro e aspettare mesi, poi se riesce ad entrare nelle quote, ottenere finalmente il nulla osta. Per di più siamo ancora così ingenui da credere che le domande di ingresso vengano fatte gratuitamente? Crediamo ancora nell’esistenza di altruisti datori di lavoro disposti ad assumere manodopera dall’estero, quando avrebbero la possibilità di sfruttarne a bizzeffe qui in Italia?
Non intendo in questa sede toccare temi quali la libera circolazione degli individui o il diritto, troppo spesso negato, di condurre una vita dignitosa e soddisfacente e dunque svolgere un lavoro che la possa rendere tale. Dovremmo essere capaci di prendere le distanze dai puri esercizi ideologici per affrontare criticamente la realtà e i grossolani limiti di una legge come la Bossi Fini. Per non parlare poi dei vizi e delle speculazioni che essa favorisce ….
Questa legge per disinteresse o negligenza non riesce a generare un sano mercato del lavoro, non riesce o non vuole accogliere la domanda di lavoro extracomunitario di qualità, ignora quando va bene, se non addirittura incentiva, l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento. Una legge che permetta un sano incontro tra domanda e offerta lavorativa estera dovrebbe permettere ai datori di lavoro di poter selezionare il lavoratore in base al suo curriculum, sulla base di una conoscenza preventiva, di uno scambio reciproco di aspettative ed esigenze; al lavoratore dare la possibilità di entrare nel paese straniero offrendosi nel mercato del lavoro tutto, perché portatore di esperienze non spendibili in un solo campo, le cui competenze non vengano selezionate solo in base alla tempestività nella lotteria dei flussi.
Il decreto flussi è lo specchio per le allodole: per abbonire una popolazione italiana spaventata dalla mala gestione governativa dell’evento migratorio. Non è altro che la celebrazione in pompa magna degli artifici retorici sulla sicurezza e la protezione della cultura italiana messa in scena dalla Lega. Se così non fosse non saprei come spiegarmi la situazione portata alla luce dalle sanatorie del 2002 e del 2009 per regolarizzare colf e badanti, presenti irregolarmente sul territorio italiano. Solo con la sanatoria del 2002 sono stati regolarizzati quasi 700.000 collaboratori domestici. Le sanatorie fotografano un paese pieno di lavoro nero svolto da immigrati ed una legge sull’immigrazione incapace di risolvere il problema.

Preveggenza


Qualche mese fa (maggio per la precisione) scrivevo questi articoli: Il-contagio-della-crisi e La Grecia è qui che in modo sicuramente un pò superficiale ed affrettato cercavano di sollecitare e solletticare una discussione su quello che ci stava per accadere guardano alla crisi globale.
Sono passati solo 4 mesi e non solo la crisi Greca si è estesa come appunto un virus contagioso ad Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo ma comincia a far paura anche ai colossi come Francia e Germania (senza considerare USA e Cina legate fra di loro da un cappio mortale).
Ma anche se le nostre erano catastrofiche previsioni bollate come disfattiste in un momento nel quale era necessaria la coesione, la responsabilità ed il sacrificio dei soliti (ovviamente mai di coloro che questa crisi han causato) quel che è avvenuto è stato anche peggio e quel che verrà, ovvero la terza manovra finanziaria da miliardi di euro in 5 mesi, porterà sul lastro l’intera Europa.

A maggio passavamo per disfattisti, siamo stati solo preveggenti realisti.
Ora speriamo davvero che le nostre analisi ed infauste previsioni siano errate ma stante la situazione, guardando qual’è la cura al male (ovvero un bel salasso all’anemico) e con la consapevolezza di avere a che fare con una classe dirigente (mondiale) fatti di sciacalli comandati da lobbies e corporation disinteressati dai costi umanitari che tutto questo sta procurando (es: false guerre per la democrazia, carestie, devastazioni ambientali etc etc..) questo che stiamo vivendo è l’inzio della discesa nel baratro.
Il sistema Europa crollerà e con esso tutto il resto. Probabilmente ci sarà necessità di una nuova guerra nei paesi arabi per provare a ripristinare alcune gerarchie crollate in questa calda estate (prossima settimana ci sarà la dichiarazione della proclamazione dello Stato di Palestina) e per dopo aver distrutto tutto far partire le ricostruzione che daranno nuovo slancio alle economie dei paesi vincitori.
Prepariamoci ad un futuro diverso.
Ovviamente lungi da me assecondare profezie Maya, Atzeche o di chiunque altro. Basta guardare le cose con più attenzione per rendersene conto.

A questo punto, però, il default del nostro stato, il crollo del sistema non è forse la cosa più negativa che ci possa capitare.

Siamo ancora in tempo per cambiare le cose.
Dobbiamo solo guardarci attorno e convincerci che tutto è possibile.
Perché chi dice che nulla si può cambiare è solo il primo fautore dell’immobilismo e, come diceva Hegel: L’uomo non è altro che la serie delle sue azioni.


Oggi niente analisi, teorizzazioni o valutazioni contrattuali.
Oggi si fanno esercizi di etica. Esercizi di etica filosofica.

Facciamo alcuni esempi:

Chiedi ai lavoratori di Pomigliano/Mirafiori di accettare determinate condizioni di lavoro che violano anche la Costituzione italiana (es:diritto di sciopero) perché sostieni che queste condizioni di lavoro serviranno per fare investimenti e produrre milioni di autovetture ma: hai già piazzali pieni delle tue auto invendute, sai che il mercato è saturo, sai che la concorrenza fa auto migliori ed ora annunci anche che nonostante un accordo sindacale sul quale hai scritto solo quel che volevi tu, solo il 40% dei dipendenti attuali verranno assunti alle nuove condizioni. Quindi sei anche incapace di mantenere gli accordi firmati con i Complici. Gli altri a casa. Intanto arraffi i soldi degli incentivi, delle stock option e dei divendendi e lasci che un paese già stremato continui tramite la cassa integrazione al sostentamento di questi lavoratori. Quale principio di etica segui?

Oppure decidi di licenziare solo le donne così stanno a casa coi figli (news.php?newsid=154241)); Qui forse bisogna fare un’analisi etico antropologica invece che ontologica.

Oppure decidi che i primi 3 giorni di malattia sono assenteismo e quindi non li paghi (contratto del commercio); E’ forse relativismo morale tipico del sofismo?

Oppure decidi di sversare rifiuti in zone protette, speculare sulla morte portata da un terremoto, costruire case e strade che cadono giù in poco tempo;

Oppure decidi di corrompere, favorire, pagare, depistare ed arricchirti (vedi ad esempio lo scandalo a Parma);

Oppure decidi di arraffare finanziamenti europei che serivrebero per fare un treno ma che tu consapevolmente sai che non costruirai perché già sai che è inutile, perché  già sai che gelogicamente non lo potrai fare, perché non hai mai fatto nemmeno un progetto serio e ti affidi ad una bozza di 20 anni fa. Tanto dovrà essere pronto fra 15 anni. Cambiano un sacco di cose in 15 anni, soprattutto la memoria della gente. Però tu, intanto, arraffi.

Oppure decidi di obbedire semplicemente ad ordini superiori senza interrogarti di cosa sia giusto o sbagliato limitando la tua visione al tuo tornaconto economico a fine giornata pensando di avere l’anima pulita. Invece sei complice.

Oppure decidi di sparare, manganellare, assediare e quasi uccidere chi dovresti difendere perché la polizia è fatta per difendere i cittadini dai delinquenti e non il contrario.

Ognuno degli esempi qui soopra potrebbe essere ricompreso nella technè aristotelica?
Oppure dobbiamo dire che possono essere esempi tipici del cognitivismo kantiano?
O perché no.. sforzandoci nell’interpretazione perché non dire che alcuni di questi esempi (gli ultimi due in particolare) potrebbe essere calzante per il pensiero etico degli epicurei che accentravano molto il loro ragionamento sul concetto del dovere e della ragione?

Io credo, invece, che questi esempi seguagno un’etica diversa, non ancora studiata o teroizzata da nessuno che è l’etica degli sciacalli.
Viviamo nell’epoca degli sciacalli.
Loro araffano tutto quel che possono perché sanno che il loro tempo potrebbe essere finito. Solo che alla fine, come gli sciacalli, non lasceranno più nulla.

Puoi scegliere se partecipare allo sciacallaggio o se stare a guardare. In entrambi i casi, come per gli sciacalli, ci sarà sempre qualcuno che mangerà, se ti va bene, prima di te altrimenti il “pasto” sarai tu. Perché lo sciacallo mangia tutto, non è schizzinoso. Nella sua filosofia etica l’obiettivo è il guadagno  immediato dell’io ed ogni mezzo è lecito per ottenerlo.

Oppure puoi venire da questa parte della recinzione e far si che, come diceva Socrate (siamo dopo tutto in esercizi di filosofia), per raggiungere il bene supremo bisogna intraprendere il percorso per raggiungere la verità e la verità si raggiunge solo con la conoscenza: per fare il bene occorre conoscerlo.

Lei lo conosce. Loro no!


Ogni giorno quando da esseri umani ci trasformiamo in consumatori teniamo determinati comportamenti ben precisi possibili solo grazie all’utilizzo dei nostri sensi. Come se i nostri sensi fossero il test per eccellenza per comprendere se l’acquisto che andremo a fare è conveniente.

 

Utilizziamo la vista per soddisfare il nostro senso estetico (un capo di abbigliamento, il design dell’ultimo gadget elettronico oppure del componente di arredo) oppure per verificare se la merce che acquistiamo non sia fallata o in deterioramento.

Utilizziamo l’olfatto per percepire eventuali odori (piacevoli o sgradevoli) che ci indirizzino correttamente all’acquisto di un alimento ma anche di un cosmetico, di un libro, di un prodotto naturale.

Utilizziamo l’udito, quando cerchiamo di capire se la TV, la radio, lo strumento musicale o anche che la confezione di biscotti del supermercato non sia una fregatura.

Utilizziamo il gusto per assaggiare i cibi o anche per capire il materiale con il quale è costruito un determinato oggetto.

Utilizziamo il tatto per “sentire” ogni oggetto che compriamo. Accarezziamo la carrozzeria di un’auto così come la pelle di una giacca.

Elaboriamo il tutto e quando l’acquisto prevede un grosso impegno economico da parte nostra abbiamo bisogno di avere ancora maggiori garanzie. Vogliamo vedere l’oggetto alla prova. Vogliamo sentire il suono dello stereo, il motore di un’auto mentre la guidiamo, vogliamo vederci in uno specchio con indosso il nuovo maglione o assaggiare in anteprima il pasto che offriremo ad una cena importante.

 

Sono regole non scritte che fanno parte del nostro comune agire in una reale globalizzazione di comportamento umano.

E’ vero, a volte capitano “fregature, ma normalmente i nostri sensi non sbagliano e le fregature arrivano da ciò che non “sensiamo” (permettetemi il neologismo): acquisti on-line, prodotti immateriali come le azioni etc.

Se il nostro potenziale di acquisto di un oggetto aumenta con la sicurezza/certezza di qualità ed affidabilità che di questo percepiamo (escludiamo la variabile della possibilità economica), per far si che il produttore/venditore abbia la certezza della vendita non deve fare altro che farci percepire un alto valore di affidabilità sul prodotto.

Questa percezione normalmente sensoriale può essere aiutata attraverso la pubblicità, una buona dimostrazione del prodotto o anche semplicemente grazie alla diffusa opinione positiva che del prodotto ha la comunità.

 

Questi principi sono veri per la zucchina dell’orto come per gli aerei militari. Solo che “provare” (sensorialmente inteso) una zucchina è facile.

Come mostrare, invece, l’alto senso di affidabilità del prodotto al compratore se gli chiedo 130 milioni di euro per un solo oggetto? Semplice: gli metto il bollino di qualità: come per le mele del Trentino o per le automobili o per gli stereo.

Agli aerei (ed alle armi in generale) il bollino si chiama “tested in battle”. Traduzione?? “Testato in Battaglia”, ovvero in guerra. E nelle guerre gli aerei militari bombardano ed uccidono.

Per avere il bollino di qualità, quindi, il produttore ha bisogno di uccidere, ma certo, è un aereo da guerra e deve “saper” uccidere, perché scandalizzarsi.

Sono le regole del mercato. E quale migliore garanzia di funzionamento se non una guerra vera?

 

In Libia sono coinvolti in bombardamenti questi Paesi:

Francia principalmente con i Rafale ed i Mirage;

Gran Bretagna principalmente con gli Eurofighter ed i Tornado;

Italia principalmente con gli Eurofighter, ed i Tornado

USA principalmente con gli F15, Predator ed F35;

Norvegia principalmente con gli F- 16;

Qatar principalmente con il neo acquisto Eurofighter;

Danimarca principalmente con F-16;

Spagna principalmente con Eurofighter;

 

Tornado ed F16 sono aerei di vecchia generazione. Gli F15 sono in aggiornamento, ma l’ultimo modello è di qualche annetto fa. Le novità sono i:

- I Rafale (A,B,C) che sono prodotti da una società francese partecipata dallo Stato che costano un centinaio di milioni a modello. Ad oggi usati solo dalla Francia  (Nel 2005 Gheddafi rinunciò al loro acquisto).

- Gli Eurofighter Typhoon sono prodotti da Gran Bretagna, Italia (con Finmeccanica, quindi anche da noi cittadini), Germania, Spagna; costano circa 80 milioni di euro l’uno ed oltre ai Paesi costruttori vengono utilizzati da pochi altri Paesi che li stanno acquistando in questo periodo (il Qatar li ha acquistati quest’anno e subito usati in Libia).

- I Predator sono i famosi aerei senza pilota già visti in Afghanistan e costano 10 milioni di euro l’uno.

- gli F35 Lockeed Martin che sono gli ultimissimi aerei prodotti (c.d 5° generazione) costano 150 milioni di euro l’uno e gli USA li stanno vendendo un po’ a tutti (Italia compresa che ne ha acquistati 135) dopo l’utilizzo in Afghanistan.

 

E’ ovvio, quindi, il perché Francia, Gran Bretagna ed Italia (a differenza degli USA) siano state così precipitose nel richiedere i bombardamenti in Libia.

Non è solo questione di Petrolio, di commesse per la ricostruzione, di vendita di armi ai ribelli, di appropriazione delle ricchezza di Gheddafi, ma anche una questione di vetrina internazionale per consentire ad ogni produttore di mettere in vendita la propria merce possibilmente prima dell’arrivo del Salone Internazione dell’Aeronautica in modo da avere il bollino di qualità “Tested In Battle”. In modo da dare, grazie a vittime innocenti e distruzione la possibilità a futuri acquirenti di utilizzare i propri sensi per verificare l’affidabilità del prodotto. Il tutto nel perenne inganno della guerra umanitaria. Lo stesso è avvenuto con l’Afghanistan o con l’Iraq (es. la vendita dei Lince italiani). Ogni guerra non serve solo a garantire il consumo di bombe da 1 milione di euro l’una, ma a far si che altri le possano comprare, in un mercato globale dove le nostri morti o malattie diventano la principale fonte di reddito del Capitale, nel quale i fallimenti di stati sovrani e la distruzione delle democrazie sono solo strumenti per far si che il neoliberismo continui ad aumentare i suoi margini di guadagno. E’ un sistema che necessita di consumo e distruzione per poter continuare la sua crescita: saranno prodotti altri aerei, altre bombe ed altre armi e dovranno essere utilizzate, con quel che ne consegue.

 

Qual è il limite che consentiremo a questo sistema di raggiungere? Per quanto tempo continueremo ad osservare lo scempio tacendo?

Oppure siamo ancora convinti che tutto questo apporterà maggior ricchezza seguendo il famoso motto borghese per il quale se sta bene il ricco sta bene anche il povero? Davvero pensiamo che trarremo qualche beneficio dai guadagni milionari dei signori della guerra? O delle multinazionali come se fossero ricchezze di uno Stato che le vincola per legge ad una redistribuzione?

Ogni aereo raddoppia il suo prezzo di mercato con il tagliando “tested in battle”, così come ogni altro bene di largo consumo acquista un valore maggiore quanta maggior diffusione esso ha. Diffusione a volte data unicamente da quanto è conosciuto il “marchio”. Nel caso degli aerei militari il marchio più conosciuto è quello più distruttivo.

 

Non siamo più uomini. Siamo strumenti, opzioni, variabili, cavie inserite nel processo di arricchimento altrui in un vincolo di schiavitù e sfruttamento reciproco incapaci di vedere che il “potere” che pensiamo di avere  sugli altri non è altro che una diversa forma della catena alla quale siamo legati. Siamo doppiamente schiavi: della nostra smania di ricchezza e come ingranaggi della brama altrui.

 

E’ ora di riprenderci il nostro futuro e dargli un nuovo e diverso bollino di qualità intriso dei concetti di democrazia, uguaglianza, tutela ambientale, difesa dei beni pubblici, contenimento degli sprechi, energie rinnovabili, difesa dei salari e dei diritti sindacali, tutele contrattuali, ma soprattutto “Libero dal Neoliberismo”.


Quando qualche tempo fa studiai la fine della seconda guerra mondiale, e soprattutto la liberazione dal nazifascismo, una delle cose che più mi colpì (nella mia curiosa adolescenza) fu il differente atteggiamento tenuto da milioni di italiani prima e dopo la liberazione. Ebbi l’impressione (almeno quella che emergeva dai libri di testo sui quali studiavo) che di colpo una grande massa di Italiani passò dall’essere fascista ad essere antifascista. E rimasi sbigottito anche nell’apprendere che alcuni dei c.d. “padri della patria” erano stati firmatari e ferventi sostenitori qualche anno prima delle leggi razziali. Col tempo capii che il repentino cambio di fronte è parte integrante della nostra cultura ed i politici, nel corso della nostra breve storia repubblicana, ne sono stati l’esempio migliore.

Se però potevo comprendere (ma non condividere) che in una dittatura di quel tipo potesse convenire di più essere silenziosi dissenzienti che pubblici ribelli, non sono mai riuscito ad accettare il silenzio al quale milioni di Italiani si sono adeguati nei confronti delle leggi razziali. Un silenzio, in ogni caso, dovuto spesso ad ignoranza e mancanza di informazioni ed analisi differenti da quelle del regime. Penso alle migliaia di contadini e contadine analfabeti, ai poveri devastati da anni di dittatura e dalla guerra. Forse solo la chiesa avrebbe potuto essere un mezzo per veicolare le informazioni ma se lo ha fatto è stato solo per il coraggio individuale di qualche prelato. Se è stato quindi possibile che avvenisse quel che conosciamo, se le popolazioni non si sono ribellate o per lo meno indignate è stato probabilmente perché la maggior parte non sapeva, sapeva poco o aveva poca forza per capire realmente quel che stava accadendo. Possiamo comprendere, ma non giustificare.

La grande lezione, però, che come “occidente” abbiamo tratto da questi accadimenti si è tramutata nella promulgazione di Costituzioni e Codici che garantissero da allora e per il futuro la tutela e la protezione delle differenze culturali, etniche, religiose,  sessuali e politiche. Abbiamo promulgato codici che impediscono la reclusione di chi non è colpevole di un qualche reato o delitto o che, in caso di giudizio in corso, non rientri in precise e vincolanti leggi per la custodia che comunque ne salvaguardano la presunzione di innocenza. Questo per evitare di ripetere l’errore: rinchiudere e discriminare una persona esclusivamente in base al suo status (qualunque esso sia).

Eppure nel 1998 il nostro Stato ha sentito la necessità di creare i CPT ora CIE per far fronte all’accoglienza (eufemismo) dei migranti.

Nel corso degli anni, anche grazie alla presenza al Governo di formazioni politiche che non fanno nulla per nascondere una loro matrice razzista, i CIE (Centri di Identificazione ed espulsione), che già non potevano essere individuati come reali centri di accoglienza (CPT= centri di permanenza temporanea), si sono trasformati in veri e propri campi di concentramento.

Dallo scorso 16 giugno, poi, sono divenuti dei veri sistemi di detenzione permanente.

Se 70 anni fa abbiamo ricevuto una lezione dalla storia, mi chiedo come sia legittimo che delle persone siano rinchiuse nei CIE fino a 18 mesi (altresì detto un anno e mezzo) senza che queste abbiano particolari colpe se non quella di scappare dalle bombe che noi gli facciamo piovere sulla testa?

Se l’intento di queste strutture è realmente quello previsto dalle convenzioni umanitarie (accoglienza, soccorso, integrazione in percorsi formativi e legali di studio e lavoro, di assistenza per eventuali richieste d’asilo, o anche solo di primo aiuto per coloro che vogliono raggiungere i loro cari in altri luoghi) come mai sono provviste di alte recinzioni con filo spinato e guardie che vigilano, hanno l’ora d’aria, hanno il divieto di libera circolazione interna ed esterna, sono barbaramente sovraffollate, sono assenti percorsi di qualsiasi tipo che facciano sentire quelle persone davvero esseri umani e lasciano i propri “ospiti” (altro eufemismo con i quali vengono definiti i migranti lì rinchiusi) vivere in condizioni disumane?

In base a quale principio giuridico possiamo noi rinchiudere delle persone che non hanno commesso alcun reato all’interno di carceri provvisorie? In piane desertiche e senza ombra? Schiacciati l’uno contro l’altro? Senza alcun tipo di assistenza e (per fare un po’ di demagogia) a spese dei contribuenti (il tutto è gestito in amministrazione straordinaria dalla Protezione Civile e dalla Misericordia che prendono 40€ al giorno per ogni “ospite”)?

Non esistono ragioni giuridiche e non sussistono presupposti legali.

Ma soprattutto queste detenzioni violano i principi della nostra Costituzione (uguaglianza, accoglienza, equo processo) e dell’etica.

Il nostro Stato ha incarcerato 20.000 persone solo per la loro natura di migranti. Sono prigionieri unicamente perché poveri, affamati e disperati ma soprattutto provenienti dal “sud del mondo”.

Mi chiedo, allora, quale differenza ci sia dalle leggi razziali di 70 anni fa. All’epoca si veniva condannati perché di religione ebraica o perché zingari; oggi perché si è migranti.

Prima esistevano ragioni etnico/religiose oggi ci sono ragioni economico/territoriali. Ma è pur sempre una discriminazione della quale io non voglio esser complice.

Se però 70 anni fa determinate informazioni non circolavano o circolavano poco oggi non è più così e non abbiamo più alcuna giustificazione.

Non potevamo accettare i CIE già nella loro precedente strutturazione. Ora che la reclusione per il reato di “povero in fuga da guerra e povertà portata dall’Occidente” è passata da 6 a 18 mesi, non possiamo più tacere. E’ nostro dovere indignarci, dissentire, disobbedire e ribellarci.

Se vogliamo riprenderci un futuro diverso, se vogliamo che il percorso politico intrapreso con gli scioperi, le manifestazioni ed i referendum abbia uno sbocco in un differente modo di intendere la società dobbiamo cominciare a dire: IO NON CI STO. E’ una responsabilità dalla quale non possiamo esimerci come persone.

Non abbiamo più le giustificazioni storiche dell’ignoranza.

Non possiamo restare impassibili e distaccati nel vedere un presentatore TV che subito dover aver calmato gli ospiti che litigano sull’ultimo fatto di cronaca e subito prima di mandare la pubblicità della nuova fiammante auto che ti fa sognare di essere ciò che non sei, o dell’ultimo ritrovato energetico che ti fa lavorare fino a 20 ore al giorno senza stanchezza, ti dice con faccia contrita che basta 1 messaggino dal tuo cellulare per ripulirti la coscienza dalla tua complicità di sfruttamento e persecuzione. E non possiamo non prendere consapevolezza di essere sia elementi di un ingranaggio che ci sfrutta ma anche, con i nostri comportamenti, sfruttatori di altri ingranaggi con i nostri silenzi ed i nostri comportamenti. E’ rompendo questi silenzi, come abbiamo fatto per l’acqua o per il nucleare che possiamo invertire la rotta.

Io personalmente, non voglio far parte di un paese che si arma per uccidere, per recludere e per discriminare.

IO NON CI STO

IO DENUNCIO

IO DISOBBEDISCO

E MI RIBELLO.


Il “Sistema Italia” che prevede il pagamento da parte dei lavoratori per gli errori di manager strapagati è oramai dilagante. Il settore del credito che in questo anno ha visto il fallimento del Gruppo Delta e di BER Banca per serie responsabilità dei manager registra un’altra importante crisi, sempre in Emilia Romagna.
Ai Lavoratori della Banca Monte Parma va tutto il nostro sostegno. Nei prossimi giorni provvederemo a chiedere (grande novità dell’estate per il blog) direttamente agli interessati le problematiche della Banca.
Nel frattempo vi invito a vedere il video della protesta di stamattina.

http://tv.repubblica.it/static/swf/z_adv_player.swf

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